I NOMI SONO PER GLI ESPERTI, I VERBI SONO PER TUTTI.

“Stai facendo quello che qualsiasi uomo sano di mente farebbe nella tua situazione: stai impazzendo” Arthur Fleck

Come ci ricorda The Jocker viviamo in un mondo in cui la moltitudine di conoscenze sembrano sovrastarci, o meglio la sensazione di non averne mai a sufficienza sembra insostenibile, ci sentiamo minacciati e ostacolati, impossibilitati al raggiungimento del nostro personale ikigai: fare di ciò che amiamo quello che siamo bravi a fare, farne ciò di cui il mondo ha bisogno e essere pagati per farlo. Un’altro modo per parlare di personal branding.

Per trovare una direzione in questo groviglio di complessità e sovrapposizioni di conoscenze in cui stiamo sprofondando un aiuto fondamentale viene dalle competenze narrative.

La Narrazione ha lo scopo di ridurre le dimensioni della “questione” che trattiamo.

Liberandola dai limiti dell’apprendimento che per molte persone è rappresentato dall’ambito in cui si trovano e che spesso è il medesimo in cui quella stessa questione è stata formulata.

La nostra mente subisce volentieri la dipendenza dall’ambito, cioè del contesto. Limitandosi così nelle capacità di comprensione ed elaborazione creativa. Pigramente.

Vale a dire che alcuni comprendono perfettamente un’idea, un pattern, un modello mentale ma solo se contestualizzato in un certo settore o peggio ancora in uno specifico mercato.

Spesso accade che tutto sia facilmente comprensibile sui libri, zeppi di parole per esperti, ma poi non si riesca ad applicare quella comprensione, così sapientemente enunciata, nella più intricata realtà del quotidiano, dove i verbi, cioè l’azione, hanno più rilevanza.

Per qualche motivo molte persone non riconoscono certe situazioni o ricorrenze se poste al di fuori del contesto in cui le vivono, che diventa una sorta di comfort zone o bolla. Falsamente protettiva.

Comprimendo la “questione” con la narrazione riusciamo a farla entrare più facilmente nella testa delle persone, di tutte le persone, non importa in quale bolla accomodate.

Comprimere significa ridurre il nesso causale e casuale ad un più semplice “filo logico”. Semplice, non semplicistico.

Renderla semplice e accessibile, zippandola, usabile come un touch screen: banale nel gesto — l’infantile toccare con un dito — ma magico — perché incomprensibile ai più — nel risultato.

Il Mondo, la Vita sono appesantiti da una moltitudine di dettagli che il “filo logico” ci permette di selezionare più facilmente, permettendoci così di astenerci dallo sforzo di giudicare ciò che non abbiamo i mezzi per valutare.

Ciò può risultare in ogni caso molto faticoso, ma saremo bravi narratori se sapremo ridurre il numero degli elementi, perché questi potranno rimanere più facilmente appiccicati alla memoria delle persone. Come nel design togliere è assai più complesso che aggiungere.

Fare cose complicate è facilissimo, basta aggiungere. Fare cose semplici è difficilissimo perché bisogna sapere esattamente cosa togliere e cosa lasciare.

La Narrazione ha questa funzione, ci protegge dalla complessità. Mette ordine al caos (anagramma di caso) e ci dà il controllo della situazione. Ci restituisce il senso alle cose, anche a quelle che un senso sembrano non averne.

Impedendoci così d’impazzire, come farebbe qualsiasi persona sana di mente avvolta da una tale complessità.

In questo la scienza è diversa dalla narrazione. Le competenze scientifiche hanno lo scopo di individuare i fatti, coltivando la complessità, le competenze narrative hanno lo scopo di rendere quei fatti reali, cioè comprensibili ai più e quindi accettabili da molti, perché compressi e semplificati risultano più facilmente acquistabili.

La scienza crea la conoscenza, ma è la narrazione che crea la consapevolezza.