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“Comunicare la sostenibilità” di per sè, è un titolo interessante perché sposta l’attenzione sul cos’è prima di affrontare il chifachecosa. Il che dovrebbe condurre al silenzio chi la sostenibilità già da tempo e ancora, la insegue per farne un posizionamento e, non si sa mai, un vantaggio competitivo.

Bene. Quindi? Cos’è la sostenibilità? Le definizioni nel tempo si sono moltiplicate e ne hanno espanso il significato fino a renderlo rarefatto, impalpabile e un po’ prezzemolino, che sta bene con tutto: green is the new black!

Allora è forse opportuno fare qualche passo indietro e appoggiarsi ad una definizione ecumenica sì, inclusiva anche, ma che offra una visione volgare e divulgativa, cioè comprensibile e accettabile anche dalle parti di Voghera.

Per me sostenibilità è sempre stata la postura con la quale

“stare al Mondo come se avessimo deciso di viverci a lungo”.

Dove Mondo è quella magnifica rete di interconnessioni tra Società, Natura e produzioni che hanno fatto dell’Umanità, fino a qualche secolo fa, motivo di vanto per la Terra rispetto ai suoi cugini di galassie vicine e lontane, ben oltre i bastioni di Orione.

Mondo è un sistema di sistemi che pensa, agisce e restituisce in modo sistemico. Sapevatelo.

Bene. Ora che è stato detto cos’è la sostenibilità come comunicarla? 

La prima cosa che mi viene in mente è: ignorandola!

Si perché la situazione sembra talmente compromessa che sostenendola non credo che faremmo un gran favore alle generazioni future. Già, loro: il motivo per cui tutto ciò che verrà fatto è necessario e non più procrastinabile.

Quelli fighi ci dicono di pensare “out of the box”, ma io credo che sia ormai tempo, da tempo, di ripensare la scatola e poi infilarcisi dentro per renderla la scatola che più bella cosa non c’è. E comunicare la sostenibilità assume un altro senso.

Rigenerazione è la nuova sostenibilità. Dobbiamo restaurare dove si può, abbattere e ricostruire dove si deve. Stare fermi se è l’opzione migliore.

Come comunicare tutto ciò? Facendo cultura vera e popolare, ferma e gentile. Attraverso la condivisione di una conoscenza utile e di una consapevolezza emozionante.

Aiutando scienziati, designer e ingegneri a scendere in piazza, come fossero attivisti, per attraversare i gironi infernali dell’ignoranza, della pigrizia e dell’egoismo e, come Dante, rendere volgare e intelligibile, il loro intelletto. Chiamiamola divulgazione. Pop. Ma anche un po’ rock’n’roll.

E poi coloriamo tutti i muri, case, vicoli e palazzi con narrazioni possibili e auspicabili, che facciano immaginare una vita più facile, più sana, più divertente, più sensuale e più appagante.

Sempre Dante ci ha lasciato una parola, forse brutta a dirsi ma magnifica da ascoltare: infuturarsi. Cioè estendersi nel futuro, prolungarsi nella memoria dei posteri.

Difficile dire come ma questo è l’obiettivo a cui guardare con la comunicazione. Gettare le basi, culturali prima di tutto, per far sì che chi verrà dopo di noi – che sono poi i nostri figli, mica orde aliene – abbia ciò che serve per vivere in un mondo migliore, senza compromessi.

Per fare questo dobbiamo cambiare mentalità in modo radicale, perché, come ha già detto qualcuno, non è usando gli strumenti che hanno creato il problema che troveremo la soluzione.

Dobbiamo avere il coraggio e la libido per cambiare, oppure, ma sarebbe troppo facile, farci da parte.

Dobbiamo tornare ai fondamentali della comunicazione, tornare a studiare i modelli di apprendimento, gli archetipi sociali e organizzativi, definitivamente pensare come un designer, osservare come un antropologo e decodificare come un semiologo. Impollinare senza sosta, come un colibrì.

Io ci sto provando a comunicare la sostenibilità, lo facciamo insieme? Sarà un viaggio entusiasmate anche se dalla destinazione incerta.

The future has never looked brighter. I can’t wait for you and the little guy to get here. We’ll need you all [cit. Patagonia]