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Quando parliamo di ispirazione per i giovani professionisti che desiderano intraprendere la professione del Sustainability manager, non possiamo non pensare a questa:

“Stay hungry, stay foolish”.  [Steve Jobs, RIP]

La cui traduzione canonica recita un “siate affamati, siate folli” che forse merita un breve disgressione, alla ricerca di significati più profondi. 

HUNGRY è sempre stato tradotto come affamati, corretto in quanto a significato letterale, ma a cui forse Steve Jobs voleva dare un senso diverso, meno aggressivo e “doloroso”. Hungry può significare anche CURIOSO, assetato di conoscenza, che ama la ricerca e non si lascia influenzare dal pensiero dominante. Nella fame c’è rabbia, nella curiosità c’è visione.

FOOLISH invece è stato tradotto, letteralmente, come pazzi. Ma che visione può esserci nella mente di un folle con cui non si può dialogare perchè al di fuori di ogni possibile decodifica?

Steve Jobs non è mai stato un folle e l’attuale capitalizzazione di Apple, così come il valore di Pixar, sono li a dimostrarlo. Ma certamente è stato IMPREVEDIBILE, come solo una mente creativa può essere.

Ecco quindi che “Siate curiosi, siate imprevedibili” improvvisamente suona più dolce, più positivo e più coinvolgente. Mettendo i destinatari del messaggio al ponte di comando del loro futuro, perché un folle affamato sarà sempre in balia di qualcosa e fuori controllo, anche di se stesso.

“One more thing…”

Forse troppo spesso si evoca Steve Jobs quando siamo in cerca d’ispirazione ma qui voglio parlare di qualcuno che della narrazione capace di ispirare strategie ed innovazioni ci ha detto tutto quello che serve per davvero.

La marca è quella cosa che dicono di te, o del tuo prodotto, quando lasci la stanza.

La marca è la promessa che fai al mondo e le marche vere mantengono le promesse. La marca non è il logo, non è la visione e la mission che si trovano scritte nella brochure o nella pagina about del tuo sito. La tua marca sei tu e la tua reputazione. E la narrazione che ne fai.

Per questo ti suggerisco di rileggere Italo Calvino e le sue Lezioni americane.

Lezioni americane

Un libro sulla letteratura? Certamente. Letto con occhi diversi è anche un manuale di content strategy e storytelling, che ci ricorda come il racconto della marca debba basarsi su una solida struttura narrativa.

Nelle Lezioni americane di Calvino troviamo la cassetta degli attrezzi per la scrittura di un efficace racconto di marca, che deve avere le caratteristiche di LeggerezzaRapiditàEsattezzaVisibilità e Molteplicità. La sesta lezione non è mai stata scritta, ma si sarebbe intitolata Coerenza. Possiamo provare ad immaginare cosa ci avrebbe insegnato.

Leggerezza. Il senso delle cose nasce dall’esistenza del loro contrario. Così come lo scopo. Per affrontare problemi gravi, situazioni difficili e sconfitte reali o incombenti, occorre saper immaginare un mondo migliore, affascinante e intrigante. Consapevoli che la leggerezza, mai frivola, è necessaria per creare il coinvolgimento delle persone.

Rapidità. Non è velocità nei tempi di esecuzione ma agilità, mobilità e disinvoltura. Capacità di muoversi con precisione, nel rispetto dei tempi delle cose. Senza indugi e con la giusta dose di pianificazione che indica la direzione, non necessariamente il percorso.

Esattezza. Vuol dire avere una visione lucida e netta del progetto, raccontarlo usando ed evocando parole ed immagini emozionanti, che fanno riflettere e che risultano memorabili. Usare un lessico opportuno, mai autoreferenziale e che sia in grado di rendere l’insieme delle sfumature di cui abbiamo bisogno, aiuta a scrivere il canovaccio della narrazione che vogliamo offrire al nostro pubblico.

Visibilità. È la capacità di mettere a fuoco una visione, vedere il gesto non compiuto, sentire la parola non detta. E’ la capacità di illuminare la strada da percorrere per raggiungere proprio quel posto nel mondo. Chiamata anche leadership.

Molteplicità. Bisogna saper guardare alla diversità come fonte d’ispirazione, includerla sempre e ignorarla mai. Consapevoli che non è limite al nostro agire, ma opportunità da cogliere per proporre innovazionevera, quella utile e con uno scopo.

Coerenza mi fa pensare alla strategia: non c’è strategia se dall’universale al particolare la determinazione nel percorrere la direzione presa vien meno, trascurando senso e significato.

One more thing… forse “think out the box” non basta più. E’ venuto il momento di ripensare la scatola. Non serve fare di più, cioè troppo. Forse anche fare le cose meglio non serve più. E’ venuto il momento di fare cose migliori. L’opposto di più non è meno ma è Benfatto.

È tempo di cambiamenti radicali ed evolutivi capaci di ispirare nuovi rapporti tra persone e aziende e tra persone e persone, perchè è ormai chiaro che sono le persone e non i prodotti che vogliono essere sostenibili. 

Persone che hanno riacquistato valore ed autostima nel momento in cui, anche grazie alla maggior consapevolezza che il web permette, hanno maturato l’idea che la Sostenibilità non è una meta ma un viaggio, una direzione all’interno della quale ogniuno è – finalmente – libero di compiere il proprio percorso di vita, che comprende [non è più compresa in] diversi modelli di consumo, parola orrenda che sempre più è associata a spreco e rifiuto.

In estrema sintesi si potrebbe dire che la Sostenibilità è uno scopo. Indviduale e collettivo. E’ uno “scopo sociale” e le Persone sono alla ricerca di “impatto sociale”. Ciò vuol dire che è giunto il momento di pensare alle Persone come “investitori in scopi sociali”.

Così all’azienda non resta che cercare di capire in quale direzione si muovono le persone e cercare di convincerle di meritare un posto al loro fianco. Questo ci insegnano le Lezioni americane e questo fa parte della cultura del Sustainability manager.

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