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Ho ascoltato, qualche giorno fa, un’interessante Room in questo nuovo social che ai nostalgici anglofili e viaggiofili (non esiste, lo so) come me ricorda tanto Speakers’ Corner. Il tema era: come parlare di sostenibilità.

Era la mia prima Room. Erano le 8.15. Chi mi conosce sa.

Ho sentito cose interessanti, tante idee, ma ho provato anche qualche brivido. Il primo brivido è stato sentir parlare quasi esclusivamente di sostenibilità ambientale. Mi sarebbe piaciuto sentir dire, forte e chiaro, che non si può parlare di sostenibilità a scompartimenti stagni. In un mondo perfetto, avrei sentito le magiche paroline “pensiero sistemico”. E, invece, è stato tutto un alberi piantati sì, alberi piantati no, alberi piantati sì ma solo se nel nostro territorio (?!?). Si è parlato molto di batterie delle auto elettriche che inquinano ma nessuno ha esposto le condizioni di chi estrae le materie prime per crearle (a proposito, lo sapevate che VW ha appena annunciato di aver messo in piedi un impianto per riciclarle? Io l’ho letto qui: http://bit.ly/3s7YrBo). E vabbè, mi sono detta, è vero: senza l’ambiente non esisteremmo. Quindi, ho bevuto un sorso di caffè e ho proseguito l’ascolto. Sia chiaro: no sto criticando gli interventi. La Room è davvero interessante, ben moderata e non si possono esaurire questi temi in mezz’ora di chiacchierata. Le mie sono riflessioni su macro atteggiamenti che capto da tempo e che ho ritrovato in quel contesto.

Ma continuiamo.

La mia circolazione periferica è stata messa a dura prova dal tema (sacrosanto) della coerenza. Lì, ho cominciato a sentire il freddo, quello vero. Non si può essere sostenibili se non si è coerenti, è stato detto.

La coerenza è, certamente, un atteggiamento fondamentale nelle aziende che vogliono parlare di sostenibilità. Verissimo. Ma, mi chiedo, è sostenibile? Come pretesa, intendo. Possiamo davvero aspettarci che un organismo agisca contemporaneamente sui mille fronti che vanno sotto il nome di sostenibilità, pena la pubblica condanna? E quando arriviamo a dire “chi organizza una campagna per raccogliere la plastica in spiaggia non può mettersi un pile” non siamo, passatemi l’espressione, un tantino fondamentalisti? Siamo esseri umani e come tale non possiamo essere monolitici. E poi, ci avete pensato voi (noi) che avete tutti un iPhone e state nelle Room, a come (e da chi) viene prodotto il vostro cellulare? Parlate con quelli di #fairphone, se vi capita, e lì sì che sono brividi, ma brividi veri.

È pericoloso, e paralizzante, aspettare di poterci flaggare con un badge 100% verde prima di agire: non faremmo nulla. Mai.

Altrettanto vale, a mio avviso, per le aziende. Con i dovuti distinguo, chiaro. Non sto dicendo che sia giusto fare greenwashing. Non sto giustificando le operazioni di facciata. E non sto nemmeno affermando il contrario di quanto ho detto qualche riga sopra e cioè che la sostenibilità è un sistema. Sto dicendo che partire da un punto, per quanto piccolo, è sempre meglio che non partire affatto. Soprattutto se consideriamo che le grandi aziende in Italia si contano sulle dita di una mano, mentre il nostro tessuto produttivo è costituito da realtà medio-piccole che vanno incentivate, non spaventate.

La coerenza di cui si parlava nella Room era, direi, da attribuire agli intenti, all’atteggiamento, alla volontà delle aziende di mettere la sostenibilità al centro della propria governance e del proprio modello di business. Il resto viene da sé ma, attenzione, non viene in un giorno e neanche in un anno.

Se la sostenibilità è un obiettivo, se è parte della vision aziendale, piano piano tutte le incoerenze emergeranno e verranno risolte dalle persone che di quell’organismo aziendale fanno parte o dalle persone che usufruiscono dei suoi prodotti/servizi. Se l’azienda agisce e dialoga, i suoi stessi stakeholder segnaleranno incongruenze e punti d’intervento; e non con l’intento di bacchettare, ma di migliorare.

Ecco, mi piacerebbe sentir parlare sempre di più di co-creazione, di collaborazione tra aziende e utenti (stakeholder, consumatori, clienti, chiamateli come volete) in ottica di design e pratiche sostenibili, di impatto sociale. Questa è la vera frontiera della sostenibilità, questa è la coerenza da cui nessuno può prescindere.

Più che pretendere (solo) la coerenza perché non chiediamo (prima di tutto) trasparenza? Mi domando: non è, forse, la trasparenza il vero pre-requisito, la vera condizione fisica, mentale e valoriale che sta alla base della volontà di agire per il bene nostro e del pianeta? Non si può essere perfetti, ma si possono riconoscere i propri limiti. Si possono (e si devono) fare piani a medio/lungo termine per cambiare, ricreare, riprogettare laddove l’impatto non è positivo, laddove non si crea valore ma si depaupera quelli che sono, ricordiamocelo sempre, capitali non nostri.

E veniamo all’ultimo, grande brivido per quella che è stata, spero, una provocazione: “di sostenibilità non si deve parlare, bisogna essere e basta”. E quindi i report di sostenibilità che non servono a niente (non sono d’accordo), che nessuno legge (sono mediamente d’accordo), scritti per fare scena (sì, ma non sempre). Questo tema mi è molto caro, non fosse altro per la mia storia professionale e perché, guarda un po’, sto per fare un corso proprio su come comunicare i report non finanziari (info a fine articolo).

**Non confondiamo uno strumento di rendicontazione con la comunicazione.**

Posso essere d’accordo che molti report, per come sono formulati, sembrino scritti per non essere letti (a proposito, lo sapete che non ci sono solo i report di sostenibilità? E lo sapete che uno dei principi cardine del #Report Integrato è la #sinteticità? Chiedetelo a quelli di Go4Benefit (https://www.goforbenefit.com/), che queste cose le sanno e le insegnano). Ma ci sono sempre più esempi virtuosi di aziende che portano avanti il dialogo e la condivisione e che, quei dati presenti nel Report, li comunicano, li spiegano, li tracciano con continuità. Una case history che vi invito a seguire è quella di ForGreen Spa (https://www.forgreen.it/) che, non a caso, è anche Società Benefit e non una BCorp, non confondete le due cose!).

Insomma, avrei voluto anche sentir parlare di chi la sostenibilità la pratica (e comunica) correttamente e non solo i soliti adagi su quanto sia tutto “un’operazione di marketing”, come se il marketing fosse l’origine di tutti i mali (lo avete letto tutti l’ultimo Kotler, no?!?).

I report hanno, per definizione, il compito di rendicontare, quindi di dare conto dell’agire di un’organizzazione. Se redatti con intenti di trasparenza e fruibilità, portano avanti il dialogo (che si presume iniziato in precedenza, altrimenti come l’hai scritto il report?) con i propri stakeholder e trovano la loro ragione di esistere non tanto come camurrìa* annuale vinta pescando lo stecchino più corto, ma come luogo della continuità.

La continuità è la base dell’agire credibile: rende l’azienda coerente e trasparente, come tutti auspichiamo che sia. Perché è vero che non si può pretendere la perfezione, ma il commitment sì.

A chiusura di questo mio stream of consciousness (grazie per essere arrivati fin qui), una considerazione. Se le aziende non esplicitano il loro impegno sulla sostenibilità, come faremo a fare scelte consapevoli? Se gli organi d’informazione non agiscono affinché aumenti la sensibilità (che già c’è) su questi temi, nessuna azienda sentirà la spinta a migliorare. Più le aziende dichiareranno apertamente i loro intenti, più il resto del mercato sarà spinto a seguire i buoni esempi, se non altro per restarci, sul mercato. Studiosi molto più preparati di me stanno dicendo da un bel pezzo che le aziende che non sapranno cogliere questi intenti sono destinate a sparire. E, di nuovo, se non sarà per coerenza sarà per sopravvivenza, ma alla fine dovranno agire.

E io ci credo. Credo nell’effetto virtuoso delle buone pratiche.

Se fare sostenibilità vuol dire coinvolgere, essere materiali, allora non possiamo prescindere dal parlarne, di sostenibilità. Le aziende che agiscono in silenzio non fanno il bene della sostenibilità e, permettetemi, non dimostrano un reale impegno neanche nei confronti dei propri stakeholder.

Sarebbe come non dirsi mai ti amo in una relazione, perché “tanto lo sai che ti voglio bene”. Saremmo capaci di farne a meno?

P.S. Per ringraziarvi di aver dedicato del tempo a districarvi tra le mie parole, vi consiglierò un libro scritto bene – una specie di compensazione, come si fa con la CO2 – e un Ted per pensare.

Il libro di oggi è Un anno con Mozart di Clemency Burton-Hill (Neri Pozza). Il libro consiglia un brano musicale per ogni giorno dell’anno e vi assicuro che ci sono delle perle di infinita bellezza: è il mio modo per ricordarvi (e ricordarmi) che l’uomo ha, davvero, infinite potenzialità.

Il Ted è una delle storie più sconvolgenti che abbia visto. Se volete provare commozione, senso di inadeguatezza, amore per il prossimo (e un po’ di vergogna), guardate la storia di Agbogbloshie (#remaking & #unmaking) bit.ly/3qAhqV1

P.P.S. Parlerò di tutti i temi sorvolati in questo articolo, ma soprattutto di come si costruisce e mette in atto una strategia di comunicazione che dia valore ai report non finanziari, nel mio corso online, che parte il 24/03 prossimo. Qui i dettagli: https://futuroanteriore.academy/confidential-reporting/

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*scocciatura, in siciliano. Dite la verità, questo da una polentona non ve lo aspettavate, eh? Beh, ho le mie fonti.


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