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Che succede se un dipendente parla male della sua azienda attraverso i suoi canali social?
Fin dove può spingersi l’azienda nel “controllare” l’attività social dei suoi dipendenti?
Quali sono gli effetti di un’azione legale dell’azienda verso un dipendente che abbia tenuto comportamenti scorretti verso l’azienda stessa?

Sono alcune delle domande alle quali abbiamo cercato di dare una risposta attraverso il corso “L’uso dei social dentro e fuori l’azienda. Prassi social e aspetti legali”, tenuto insieme all’avvocato Giorgio Trono, specializzato in diritto del digitale, contrattualistica e privacy.

Il contesto

Il corso è nato da un’esigenza specifica del cliente: a fronte di casi di un uso spregiudicato e non sempre regolare dei social – in particolare dei profili personali dei dipendenti – si voleva comprendere quale fosse lo spazio in cui l’azienda può agire, sia dal punto di vista dell’uso dei social, sia dal punto di vista legale.

Sebbene l’idea iniziale fosse di trattare l’argomento esclusivamente dal punto di vista legale, ci siamo resi conto subito che le pratiche legate specificamente a come funzionano i social ricoprivano un ruolo molto importante, che non potevamo ignorare. Abbiamo perciò allargato il campo da prendere in esame, inserendo le considerazioni di carattere legale nel contesto più ampio delle motivazioni, le modalità e i processi propri del mondo social. Abbiamo, in pratica, messo tutto in prospettiva: a fronte di quello che “si può fare” legalmente parlando, è necessario esaminare quello che “conviene fare” da un punto di vista squisitamente pratico, di presenza sui social delle persone di cui si sta parlando.

Ne è nato un corso particolare, a due voci, nel quale i due punti di vista si sono alternati nel racconto di casi e nell’esposizione di ipotesi operative concrete.

Perché non basta la giurisprudenza

I social sono un ambiente sociale (appunto) e operativo nel quale le persone sono abituate a muoversi per tante motivazioni diverse: connettersi, informarsi, divertirsi, fare acquisti e così via. Questo ambiente è, per chi ci si muove dentro, uno spazio di identità, di reputazione, di operatività. Spazio che non comprende solo gli utenti ma anche, appunto, le aziende. E le piattaforme. Gli interessi di questi attori sono regolati in base ad accordi espliciti – come è il caso delle regole che si accettano quando si apre un profilo su una piattaforma social – o impliciti – come molto spesso accade nella relazione tra persone e aziende. Ciascuno con i suoi obiettivi, le sue motivazioni, le sue responsabilità.

Davvero pensiamo che i termini di utilizzo di una piattaforma o un avvocato possano dirimere tutte le questioni che inevitabilmente emergeranno dall’incontro delle attività dei tre attori?

Molto di quanto si pubblica sui social è frutto di un’attività che il più delle volte non tiene conto di queste regole, perché ne ha di sue.

Abbiamo perciò esplorato il mondo delle impostazioni della privacy dei profili (chi può leggere quello che scrivo?), dei gruppi (aperti, privati, segreti), di quella terra un po’ al limite che è Whatsapp e, in generale, le piattaforme di messaging. Scoprendo che a volte è giusto denunciare e prendere provvedimenti, altre volte si innescano meccanismi tali per cui è più saggio lasciar correre.

La social media policy

A ben vedere, molti dei casi che abbiamo esplorato forse non si sarebbero verificati se l’azienda avesse avuto una social media policy. Che cos’è? È un documento che definisce le norme di comportamento del dipendente di un’azienda sia in relazione ai social aziendali, sia attraverso i suoi profili personali.

Che cosa c’entrano i profili personali? Non sono una questione privata? Sì e no. La maggior parte dei casi che abbiamo analizzato nel corso della nostra giornata riguardavano proprio contenuti pubblicati sui profili personali dei dipendenti. I quali, per esempio, possono decidere di sfogarsi verso il datore di lavoro, di rivelare informazioni riservate, di proporre se stessi in atteggiamenti/comportamenti/scelte apertamente contrarie ai valori dell’azienda. Attenzione: con valori non intendo solo quelli raccontati nella brand identity ma anche cose che attengono alla sua attività. Per esempio, un’azienda di prodotti vegani, che si spende molto sull’educazione vegana, alle prese con un post sul profilo Instagram di un dipendente che pubblica la sua grigliata di Pasquetta.

In alcuni casi queste esternazioni sono palesemente “contro” l’azienda; in altri, dipende.

La social media policy serve a gestire sia le situazioni più chiare, per le quali definisce i comportamenti sanzionabili, sia quelle più sfumate.

Per funzionare, però, la social media policy deve essere:
1. chiara: non scritta in legalese, vicina alla realtà dei dipendenti, non interpretabile;
2. comunicata bene, a tutti: in pochi leggeranno un pdf di 20 pagine, anche se sarà chiesto loro di firmarlo; si tratta perciò di trovare una modalità di comunicazione adeguata ed efficace.

E queste sono esattamente le due cose di cui spesso ci si dimentica.

Attenzione all’effetto Streisand!

Infine, come non dedicare un po’ del nostro tempo e della nostra attenzione all’effetto Streisand?È quel fenomeno per cui “un tentativo di censurare o rimuovere un’informazione ne provoca, contrariamente alle attese, l’ampia pubblicizzazione”.

La storia è semplice. Nel 2003 Barbra Streisand portò in tribunale il fotografo e attivista ambientale Kenneth Adelman, colpevole di aver pubblicato sul suo sito Pictopia immagini in cui compariva la villa della cantante lungo la costa californiana, a Malibu. Secondo l’attrice, le fotografie avrebbero mettevano in pericolo il suo diritto alla privacy, mentre il fotografo sosteneva che le foto erano destinate a documentare l’erosione costiera. Intanto che i due litigavano, la questione venne ripresa dalla stampa, con il risultato che le visualizzazioni della foto incriminata raggiunsero alcune centinaia di migliaia in pochissimi giorni.

Che è come dire: qualche volta dare troppo risalto a una situazione spiacevole o che viviamo come potenzialmente dannosa, non è una buona idea.

Se questo tipo di problemi ha toccato anche la tua azienda, se invece vuoi muoverti prima che succedano cose spiacevoli, se ti interessa l’argomento, scrivici!

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