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[attenzione, contiene un linguaggio adatto ad un pubblico adulto]

Ho una bambina. Di 6 anni. Se per caso a qualcuno di voi fosse sfuggito (forse negli ultimi tre minuti ancora non l’ho detto, in effetti), è il sole della mia vita. È una meravigliosa, magica, creatura. Un dono. Grande. Immeritato. Ma si sveglia. Di notte. Spesso. Ovviamente non sempre, non mille volte (solo cinque o sei) e man mano che cresce migliora, ma diciamo che non dormo (bene) dal 2014. E si vede. Penso che molte altre donne siano nella mia condizione (e, penso, anche qualche uomo). Perciò, fin qui, niente di nuovo.

Privare le persone del sonno era (vorrei tanto che non lo fosse più, ma so di essere ingenua) una forma di tortura. Di quelle usate a Guantánamo, per intenderci. Quindi dico spesso in famiglia (scherzando – e vi prego di capire il tono) che potrei rivolgermi al Tribunale dei Diritti dell’Uomo in qualunque momento. Il perché io mi sottoponga a questa (meravigliosa) tortura è ovvio. Com’è altrettanto ovvio che io lo abbia fatto in piena coscienza, maturità e libera volontà.

Ma, mi domando sempre più spesso, perché invece ci sottoponiamo a – e a nostra volta infliggiamo – altre torture quotidianamente?

Devo parlare con una cara amica da due giorni. Una faccenda di lavoro sulla quale abbiamo bisogno del reciproco confronto (e conforto). E sono due giorni che lei è, letteralmente, in call. Non la stessa, ovvio. Tante call, più o meno lunghe, una dietro l’altra. E lei non è un’eccezione: io stessa mi ritrovo seduta per ore e ore a fare videochiamate più o meno piacevoli, più o meno utili. Ma abbiamo così tanto bisogno di vederci? Ve lo ricordate il ragazzo dei cartelli? “Questa riunione poteva essere un’email”, recitava uno dei più famosi. Beh, recentemente ha scritto “questa call poteva essere un’email”. E sottoscrivo.

Quando abbiamo smesso di considerare il nostro tempo un bene prezioso? È stato l’isolamento a farci dimenticare una delle regole auree della buona creanza: non abusare della pazienza altrui? Quand’è che “ma sì, dai, facciamo una call tutti insieme” ha sostituito “ti metto in CC, giusto perché tu lo sappia, ma non stare a perdere tempo”.

E soprattutto, ma perché lo facciamo anche a noi stessi?

Improvvisamente mi è tornato alla mente uno dei miei Tedx preferiti, quello di Sarah Knight che, in tempi non sospetti, lontana, lontanissima da qualunque idea di abominevole smart working, distanziamento (fisico, mi raccomando, mai sociale!) e maledette video call, spiegava amabilmente The Magic of Not Giving a F***. Ve ne voglio parlare perché è uno dei più sublimi esempi di sostenibilità. Mentale. Ma non solo. E il cielo sa quanto ne abbiamo bisogno. Guardatevelo, https://www.youtube.com/watch?v=GwRzjFQa_Og

In quella che Knight chiama la post-tidying society tutti (in Italia forse siamo un po’ indietro anche in questo, cara Sarah) abbiamo fatto ordine tra le “cose”, tra gli oggetti della nostra vita. Abbiamo svuotato armadi e mobiletti della cucina, regalato vestiti (che adesso si dice swap, ma che quand’ero piccola era: non mi piace, lo vuoi? che, se ci pensate, fa molto ridere), considerato bene quali spese fare e, nel farle, magari abbiamo preferito materiali naturali, fibre vegetali, ecc. È stato tutto un de-cluttering, un ritorno all’essenziale, un evitare lo spreco, un riutilizzare. E chi l’ha fatto, gli eletti, quelli che hanno visto la luce, hanno visto anche più soldi nel portafogli, più tempo per loro, meno rott***.

Tuttavia sembra che, magicamente, per una strana forma di distorto ri-equilibrio dell’universo, tutta la leggerezza raggiunta (a fatica, per quanto mi riguarda: sono un’inguaribile animista) liberandoci delle nostre cose, si sia trasformata in pesantezza nelle nostre esistenze. Per usare una metafora che tutti capiremo, abbiamo svuotato il cestino ma intasato la RAM.

Molliamo tutto, persino quei bei jeans con le rose applicate che ci stiamo portando dietro da 6 traslochi, quelli comprati col primo stipendio, quelli che, beh dai, magari dimagrisco e me li rimetto, ma non molliamo il cellulare, palmare, tablet, w h a t e v e r. E, attraverso quelli, accumuliamo di nuovo. La pandemia sembra aver acuito questa tendenza, regalandoci momenti di tangibile, monolitica, costipata, tortura auto-inflitta.

Davvero avevamo bisogno di comprare tutti i corsi a €19,90? Davvero, davvero, davvero volevamo arrivare a farci scrivere da Coursera: “Hey, ti sei iscritta al corso XY, hai fatto due lezioni e adesso hai mollato! Vergogna! Alla tua età!*”. Davvero ci serviva specializzarci nelle tabelle pivot, mentre ascoltavamo qualcosa sul growth hacking, sorseggiando un caffè in una chat tipo “dai ragazze è un po’ che non ci sentiamo/vediamo, che ne dite di uno skype?”. Davvero? Se vale il principio che i pantaloni mai indossati per 4 stagioni vanno eliminati/passati/swappati, perchè non adottiamo la stessa regola per le newsletter? È la sesta che non leggo? Vuol dire che non mi interessa abbastanza … (A proposito, lo sapete che inquinano tantissimo?)

Perché quando dico che non uso Whatsapp anche dal Mac (perché ho già altri 6 modi diversi per essere contattata mentre lavoro e direi che sono sufficienti), tutti mi guardano come se fossi una povera mentecatta?

E vogliamo parlare dell’app per fare yoga? Avanti, ammettetelo, lo so che l’avete scaricata (perché vi vedo, ce l’ho anche io!). E gli e-book? Chi di voi ha calcolato, in ore, quanti anni dovrà vivere per leggere tutti quelli che ha comprato/scaricato? E le roooooooooom ….? Occhio, eh, che vi controllo!

Quando abbiamo smesso di mandare email? Quando abbiamo smesso di chiederci: devo davvero coinvolgere quel/a collega? Ma soprattutto, quando abbiamo smesso di sederci in poltrona a non fare un ca***. Quando è iniziata la voracità digitale, l’accaparramento e-ducational, l’ansia di non lasciare nulla di non-visto, non-letto, non-postato? Quando ci siamo chiesti: questa cosa mi incuriosisce (che per me equivale al 100% di ciò che avviene nel mondo) o mi interessa davvero (e la % arriva a 3% – 5%)?

Che fine ha fatto l’antico adagio, di infinita saggezza, dei miei stoici 30 anni “Anche no, grazie”?

Knight non poteva prevedere la pandemia e i suoi effetti collaterali mentali, ma, in qualche modo, ci aveva già dato un antidoto. Parla in modo chiaro di risparmio di tempo, energia e soldi. Certo i suoi esempi a noi oggi possono sembrare chimere (aperitivi/cene con persone vere, in carne e ossa!) ma il senso regge.

Tornando alla sostenibilità: perché dimentichiamo che il risparmio di tempo è un modo di salvaguardare valore? Pensate solo a quanti food delivery in meno girerebbero per la città se mollassimo la call 20’ prima, in tempo per mettere sul gas l’acqua e pesare la pasta! Pensate quanto saremmo fighi a dire: “vi saluto, devo mettere su la pasta”, invece che sentirci fighi perché lo facciamo in call (magari dimenticando il microfono acceso). Perché calcoliamo la CO2 ma non la quantità di energia che disperdiamo nell’ambiente? E intendo quella del nostro cervello. Provate a non dormire, vi renderete conto che la vostra energia non è affatto inesauribile e che, per estrarla dalle profondità della vostra esistenza, bisogna saper dire “Anche no, grazie”.

Mi chiamo Lorenza, e ho appena scaricato un’app per fare esercizi di scrittura creativa.

P.S. Vi consiglio questo libro. Un po’ c’entra, un po’ no. Compratelo di carta e leggetelo al parco, sotto un albero: Don De Lillo, Il silenzio (Einaudi 2021)

P.P.S. Se volete parlare, mangiare, respirare sostenibilità (quella vera), date un’occhiata ai nostri corsi https://futuroanteriore.academy/corsi-online/

 

*“Vergognati! Alla tua età!” l’ho aggiunto io, il resto me l’ha scritto veramente la Michigan University. Ma è intrigante pensarli aggressivi e politically s-correct, no?


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