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Alessio e io siamo stati ospiti di BANG2021 – DIGITAL AUTOMATION – WORK: IN PROGRESS, l’evento organizzato da IIBA Italy Chapter per discutere di come le Aziende interpretano, disegnano e implementano sistemi e processi di Automazione e di Digitalizzazione supportati dalla Business Analysis.

E abbiamo raccontato quello che ci sembrava più in linea con le nostre competenze ed esperienze. Abbiamo parlato di business analysis da un punto di vista particolare, quello umano.

Ecco il nostro intervento, più o meno fedele.

(Ci siamo alternati sulla stessa slide, la parte in corsivo immaginatela con la voce di Alessio e quella normale con la mia).

Il tempo del cambiamento

Eravamo tutti alle prese con un grande tema, prima che la pandemia arrivasse per sconvolgere le nostre vite e il nostro lavoro. Il tema era la digitalizzazione e quello che portava con sé il tempo del cambiamento. In un certo senso, la pandemia ha comportato un cambiamento nel cambiamento già pianificato, o in via di definizione.

In un primo momento ci siamo sentiti spiazzati, com’è normale. E non c’era, non c’è, niente di normale in tutto questo. Abbiamo fatto fronte a questa situazione con i mezzi che avevamo. Anzi, ci siamo inventati dei mezzi, in molti casi. Per esempio lavorare da casa ci ha abituato a un modo diverso di parlarci, attraverso uno strumento di videocall invece che in una sala riunioni.

In alcune situazioni, per esempio per la scuola, cambiamento ha significato proprio digitalizzazione. Nei settori che già erano sulla strada della digitalizzazione, il cambiamento è stato qualcosa di diverso, perché ha inciso, oltre che con il modo di lavorare, anche con il modo di essere, di sentire, di vivere la propria vita, delle persone.

La pandemia che stiamo vivendo ci ha insegnato diverse cose, tra cui la necessità di accettare che è il tempo del cambiamento per molte cose del nostro modo di vivere senza soffrire poi più di tanto e in alcuni casi di poter migliorare. Questo è importante perché in generale il cambiamento è qualcosa per cui nutriamo diffidenza se non paura. Ora forse di paura ne abbiamo un po’ meno.

Le cose si possono cambiare, le abitudini si possono cambiare, così come le opinioni e le convinzioni. Tutto ciò è estremamente positivo se penso a quanto cambiamento serve nei modelli mentali dell’umano – quello occidentale in particolare – per affrontare con coraggio, fiducia e anche un po’ di orgoglio, le sfide a cui andiamo incontro a causa dei cambiamenti climatici.

In questo la cultura digitale delle generazioni che vivranno i risultati di tanto sforzo sarà di grande aiuto: essere cresciuti insieme al web come lo conosciamo ora ha sviluppato in loro maggiori capacità di essere responsive rispetto al cambiamento, mutando postura al mutare delle situazioni, rimanendo sempre se stessi, senza rinunciare alla propria identità.

Il tempo accelerato

Il tempo del cambiamento è un tempo accelerato perché quella digitalizzazione che in alcune situazioni un po’ languiva – pensiamo, appunto, alle scuole – è accelerata di colpo, portandoci in un anno a fare quello che, in condizioni normali, avremmo fatto in 5.

Quello che è successo e che è ancora troppo poco osservato, però, è quello che è successo a chi lavora inteso come individuo, come persona, e non come lavoratore e basta. Come possiamo pensare di essere uguali a prima del febbraio 2020, con tutto quello che è successo, che sta succedendo?

Per la prima volta nella nostra generazione le aziende hanno dovuto fare i conti con un pubblico fatto di persone che di colpo si sono sostituite a quello classico di “risorse umane”. Se passo tanto tempo in casa, il mio essere “umano” acquisisce un peso assai più importante rispetto all’essere “risorsa”.

Pensiamo solo alla difficoltà (iniziale) di molte aziende con lo smartworking – che poi non è davvero smart, è più che altro lavoro da casa, ma insomma ci siamo capiti. Forse è qualcosa che a un certo punto sarebbe successa comunque, pensiamo solo alle aziende che già non avevano in sede un posto per tutti i dipendenti, ma di sicuro questa circostanza imprevedibile ha accelerato il processo di trasformazione dei modelli organizzativi, almeno per quanto riguarda la logistica.

E, al di là del lavoro, ha fatto emergere un tema gigante, quello dello sviluppo sostenibile.

Quando parliamo di sviluppo sostenibile abbiamo anche la variabile Tempo e la percezione di quanto veloce scorra che abbiamo costruito di esso.

Con il consumismo siamo cresciuti con la logica del qui e ora, perdendo di vista i tempi lunghi della Natura – i tempi della rigenerazione delle risorse di cui non possiamo fare a meno. Ciò che accadrà nel lungo periodo sembra non riguardare più nessuno… o, peggio, è solo un problema delle generazioni che verranno.

Troppo spesso si sono fissati obiettivi distanti nel tempo (2050) senza prima rieducare le persone ai tempi lunghi della Natura che danno un senso a quelle linee temporali. Così sono rimaste date lontane e poco significative che hanno reso per nulla doloroso procrastinare all’infinito, senza fretta.

Se le persone vivono i tempi brevi del qui e ora occorre dare visioni di un futuro già presente, già qui, a portata di mano. Accelerandone la consapevolezza.

Abbiamo perso il senso dell’urgenza, lasciando che diventasse emergenza: un’urgenza condivisa ci avrebbe dato il tempo di intervenire riducendo i rischi, aver permesso che diventasse emergenza ci espone tutti ad un pericolo imminente.

È il momento di agire ora, comunicare ora, magari facendo cose in modo imperfetto ma se è vero che “DONE IS BETTER THAN PERFECT” facciamolo e basta, trasformando la cultura del qui e ora da minaccia a opportunità.

Consapevoli che, non senza cinismo e con rapidità, si deve saper cogliere l’opportunità anche se il “solo abbastanza in linea con i valori che vogliamo condividere” garantisce non il miglior risultato in assoluto ma la più facile accettazione da parte delle persone; la nuova normalità serve qui e ora “sexy, simple and personal”.

Scelgo il DONE se questo si diffonde più velocemente del BETTER. Non servono nel lungo poche migliaia di persone che fanno la differenziata alla perfezione, ne servono ora milioni che, seppur imperfetta, la fanno tutti i giorni, ma la fanno!

Il tempo delle persone

Da una ricerca svolta da NeosVoc, istituto di ricerche specializzato nell’ascolto della voce delle persone, che sono di volta in volta customer, employee, guest, patient, emerge che gli elementi più importanti in questo cambiamento sono stati quelli relativi al mondo delle relazioni (con i colleghi, i capi, i clienti) e, subito dopo, la gestione del tempo.

Tempo che è diventato più efficiente o efficace, ma anche tempo per sé, recuperato da quelle sacche spazio-temporali che a volte ci assorbono e ci fanno arrivare a sera senza sapere bene come sia potuto accadere. Per esempio, una cosa di cui si lamentano in tanti sono le riunioni: troppe e troppo poco efficaci.

L’abbiamo sempre saputo, intanto che eravamo in un ufficio, ma adesso pesano di più, questi momenti in cui si ha la sensazione di stare perdendo tempo.

Il fatto è che il tempo di una “risorsa umana” non ha niente a che fare con il tempo di una persona. La risorsa va organizzata, formata, seguita; la persona va ascoltata. La cosa più saggia da fare oggi, se sei un’azienda, è metterti ad ascoltare le persone che hanno l’email con il tuo indirizzo e capire come organizzarti per la nuova, spaventosa, esaltante impresa che è il tuo futuro.

Ed ecco allora che l’accelerazione di cui parlavamo prima è diventata una corsa a valorizzare le persone. Una cosa bellissima e anche questa spaventosa, che ci ha fatto ricordare che essere persone, oltre e prima che essere lavoratori, risorse, significa anche vivere il tempo del cambiamento in armonia con l’ambiente nel quale ci troviamo.

Una cosa singolare, di cui credo vi ricordiate tutti, è la sorpresa con la quale, durante il primo lockdown, abbiamo assistito a una rinascita della natura, lo spazio che di colpo si è riempito di vita che qualche mese prima era invisibile, o forse assente del tutto.

Dopo la crisi energetica di fine anni ’70 abbiamo assistito alla tragedia di Bhopal del 1984. Poi con il concerto Live Aid – 1985 – abbiamo capito il concetto di carestia. Chernobyl, nel 1986, ci ha insegnato cosa sia la paura per il nucleare e la Exxon Valdez, naufragata nel 1989, cosa sia il disastro ambientale.

A causa – o per merito – di tali disastri, globali e non locali, lo sviluppo sostenibile, cioè il rapporto tra Mercato, Persone e Pianeta, diventa una questione politica. Con il Rapporto Brundtland del 1987, redatto dalla Commissione Mondiale sull’Ambiente e lo Sviluppo (WCED), la Sostenibilità viene definita come “lo sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri”.

In altri termini: I fatti di oggi sono ciò che determinerà la realtà di domani. Cioè è venuto il tempo delle persone, dell’umano messo al centro dello sviluppo sostenibile, che non è salvare il Pianeta ma garantire una vita degna ai posteri, a cui Alessandro Manzoni ha assegnato l’ardua sentenza. Ma noi che siamo qui ora dobbiamo garantire a quei posteri di domani, che non sono alieni ma persone, figli e nipoti, un futuro.

Tutto ciò implica un recupero, rapido e saldo, del patto generazionale che sembra essersi spezzato in una società in cui le generazioni sono tuttora in aperta competizione tra il garantirsi un presente e costruirsi un futuro.

Questo è il tempo del cambiamento, dedicato alle persone: al loro benessere, all’educazione alla cura e all’assunzione di responsabilità.

Il tempo dell’organizzazione

E allora è tutto da rifare, da ripensare. L’organizzazione “di prima” non può far fronte a questo cambiamento, dicevamo. Ascoltare le persone, dicevamo. Non dare niente per scontato. Quello che sta succedendo in molte aziende è che hanno cambiato sede e nel nuovo building (ma loro non lo chiamano neanche building) non c’è posto per tutti.

Un processo che era già in atto ma che ora tocca molte aziende che due anni fa erano molto lontane dal pensiero di adottare soluzioni del genere. E mi è capitato di parlare con persone che lavorano in un’azienda in cui, appunto, non c’è posto per tutti ma tutti vogliono andare in ufficio tutti i giorni, e allora c’è la lotta delle prenotazioni.

Ecco, che cosa c’è dietro questo desiderio di andare in ufficio? Un’esigenza sociale, diciamo così? O operativa, legata al lavoro?

Se è la prima, va bene così, col tempo cambierà qualcosa e l’ansia da relazione si placherà o acquisirà nuove forme. Se è la seconda, un’esigenza legata al lavoro, allora è evidente che abbiamo un problema: un’azienda la cui organizzazione fisica non coincide con quella di processo.

Perciò il tema non è più lavorare da casa o dall’ufficio. Il tema è diventato cambiare l’organizzazione, organizzare i flussi e il business in modo che siano compatibili con quello che è successo, che sta succedendo, valorizzando l’umano che c’è dietro la risorsa.

Questo implica uno sforzo incredibile. Il “si è fatto sempre così” è in agguato. Ma oggi nessun business può funzionare se non è accordato con il cambiamento, l’accelerazione, le persone.

È il ruolo del business analyst, alla fine: individuare i punti sensibili, ridefinire i processi, non limitarsi all’osservazione che occorre lavorare per obiettivi e non per presenza – questo è quello che diciamo in continuazione, ma è chiaro che non è sufficiente. Il business analyst è esattamente la persona che in questo momento deve farsi carico di questa rivoluzione, perché ci vuole una grande lucidità per unire i puntini che oggi appaiono sparsi ovunque, unirli sapendo che non ci sono i numerini come nella Settimana Enigmistica.

E il valore di un’organizzazione, oggi, non può essere distante dalla sua capacità di generare sviluppo sostenibile.

Capire lo sviluppo sostenibile significa capire il valore del tempo del cambiamento per le organizzazioni e l’importanza che hanno nel determinare il quotidiano del singolo. Lo sono le aziende, la pubblica amministrazione, la scuola e la squadra di calcetto. Il sindacato e la biblioteca.

Noi viviamo in un mondo dove tutto e tutti è interconnesso, lo sono i singoli, lo sono le organizzazioni e lo sono i sistemi, sociale, economico e naturale. Capire il valore del vivere organizzati, capire il valore dell’intelligenza collettiva, dove il noi conta e fa la differenza e imprescindibile.

Le organizzazioni chiamate aziende sono per questo un laboratorio sociale dove sperimentare la cultura del cambiamento, del coinvolgimento e della valorizzazione del beneficio comune. È tempo per loro per dimostrare che si è vero: “da grandi poteri derivano grandi responsabilità”.

Il tempo delle scelte

Il tempo del cambiamento è il tempo di cui abbiamo parlato qui ora, è il tempo di cui tutti dobbiamo fare buon uso, perché dalle scelte che facciamo ora dipende la qualità di ciò che ci accadrà domani. È un tempo breve che non dobbiamo sprecare, un tempo prezioso, raro e coraggioso. Tutto da scrivere.